Cambia tema: Sistema
Studio filologico e simbolico

Lokāḥ Samastāḥ Sukhino Bhavantu

Centro Kriya Yoga
Brahmarandra

Traslitterazione, significato e fonti del mantra di benessere universale

Lokāḥ Samastāḥ Sukhino Bhavantu Om Śāntiḥ Śāntiḥ Śāntiḥ

Con riferimenti al Lokakṣema, il maṅgala mantra recitato al termine della pūjā

I. Traslitterazione IAST e guida alla pronuncia

Il mantra è qui reso in IAST, secondo lo standard che rappresenta senza ambiguità i suoni del Devanāgarī in caratteri latini con segni diacritici.

Guida alla pronuncia di Lokāḥ Samastāḥ Sukhino Bhavantu
SillabaPronuncia indicativa
Lokāḥ«lo-kàh», con visarga finale
Samastāḥ«sa-mas-tàh», con visarga finale
Sukhino«su-khì-no»: da sukhinaḥ, con visarga che diventa «o» per sandhi davanti a bhavantu
Bhavantu«bha-vàn-tu», imperativo, «possano essere»
Om Śāntiḥ Śāntiḥ Śāntiḥ«Omm Shàan-tih, shàan-tih, shàan-tih», la tripla invocazione di pace che spesso segue la frase

Nota: per limiti tipografici della presente edizione, i caratteri Devanāgarī originali non sono riprodotti graficamente.

II. Analisi parola per parola

Analisi parola per parola di Lokāḥ Samastāḥ Sukhino Bhavantu
TermineSignificato
Lokāḥnominativo plurale di loka, «mondo, regno, piano di esistenza»: nella cosmologia induista i loka sono tradizionalmente concepiti come molteplici (spesso quattordici, distribuiti fra cieli, terra e regni inferiori)
Samastāḥ«tutti, l'insieme, la totalità»: aggettivo al nominativo plurale che concorda con lokāḥ, a rafforzarne l'universalità
Sukhinaḥ (→ sukhino)«felici, dotati di sukha»: da sukha, «benessere, agio, gioia», contrapposto a duḥkha, «sofferenza»
Bhavantuimperativo di terza persona plurale del verbo bhū, «essere, divenire»: «possano essere», «che siano»

Il senso complessivo è: «Possano tutti i mondi essere felici», reso spesso nella traduzione devozionale moderna come «possano tutti gli esseri, in tutti i mondi, essere felici e liberi» — un'estensione interpretativa che, come si vedrà, va oltre il dato strettamente letterale della frase, ma ne coglie lo spirito.

III. Il Lokakṣema: il verso completo da cui è tratta la frase

La frase «lokāḥ samastāḥ sukhino bhavantu», oggi diffusissima come mantra autonomo, è in realtà l'ultimo verso (pāda) di uno śloka sanscrito più ampio, in quattro parti, tradizionalmente noto come Lokakṣema («il bene del mondo») o semplicemente maṅgala mantra, recitato al termine di una pūjā o di una cerimonia religiosa:

svasti prajābhyaḥ paripālayantāṃ nyāyena mārgeṇa mahīṃ maheśāḥ / gobrāhmaṇebhyaḥ śubham astu nityaṃ lokāḥ samastāḥ sukhino bhavantu

Lokakṣema (maṅgala mantra)

Reso in italiano: «Vi sia benessere per i sudditi; che i sovrani governino la terra secondo la via della giustizia; vi sia perenne prosperità per le vacche e per i brāhmaṇa; possano tutti i mondi essere felici.» Il verso è seguito, nella prassi rituale, dalla tripla invocazione «Om Śāntiḥ Śāntiḥ Śāntiḥ».

La frase oggi celebre in Occidente è dunque, in origine, la conclusione di un'invocazione più ampia e strutturata, che si muove dal benessere dei sudditi, al buon governo dei sovrani, alla prosperità delle vacche e dei brāhmaṇa (simboli, nell'India tradizionale, di sostentamento materiale e di sapere sacro), fino all'auspicio universale finale.

IV. Un mantra assente dai Veda: cosa dicono le fonti

Va detto con chiarezza filologica: questo verso, nella sua interezza, non compare né nel Ṛgveda, né nello Yajurveda, nel Sāmaveda o nell'Atharvaveda, né nelle Upaniṣad principali. Non è riconducibile a un testo canonico databile con precisione, né a un autore noto: circola, in forme leggermente variabili, come śloka anonimo all'interno dei manuali rituali (paddhati) impiegati nella pratica devozionale quotidiana e cerimoniale.

Alcune fonti devozionali contemporanee ipotizzano che il verso possa provenire da uno dei rami vedici (śākhā) oggi perduti — dei 1008 rami tradizionalmente attribuiti ai Veda, solo una minima parte è sopravvissuta fino a oggi. Si tratta però di un'ipotesi devozionale, utile a collocare il verso in una cornice di rispetto per l'antichità, non di un dato filologico verificabile: allo stato delle fonti disponibili, l'origine precisa e la datazione del verso restano sconosciute.

La situazione è per certi versi speculare a quella già incontrata per altri mantra di questa collana (si pensi al mantra ad Agni, «Il Fuoco che Brucia il Karma»): materiale linguistico e concettuale coerente con la sensibilità vedica e post-vedica, assemblato in una formula che non ha però un riscontro diretto in un singolo testo canonico identificabile.

V. Śānti e la tripla invocazione di pace

La tripla invocazione «Om Śāntiḥ Śāntiḥ Śāntiḥ», che spesso accompagna e chiude la recitazione del verso, appartiene invece a uno strato testuale ben più antico e solidamente attestato: le śānti pāṭha, formule di pace poste in apertura o chiusura di numerose Upaniṣad (fra cui la Īśa, la Kaṭha e la Śvetāśvatara Upaniṣad), risalenti al periodo vedico tardo.

La ripetizione per tre volte non è enfasi retorica casuale, ma corrisponde, secondo l'interpretazione tradizionale, ai tre piani sui cui gli ostacoli e le sofferenze possono manifestarsi: ādhyātmika (le difficoltà che originano da se stessi, corpo e mente), ādhibhautika (quelle causate da altri esseri viventi) e ādhidaivika (quelle di origine cosmica o naturale, al di là del controllo umano). Invocare la pace tre volte significa dunque augurarla su tutti e tre questi livelli contemporaneamente.

È importante distinguere: mentre la formula di pace tripla è genuinamente antica e ben attestata, il suo abbinamento specifico con il verso del Lokakṣema è una convenzione liturgica successiva, non un'unità testuale originaria.

VI. La diffusione moderna: dallo yoga contemporaneo al mondo

La fama globale della sola frase «lokāḥ samastāḥ sukhino bhavantu», isolata dal resto dello śloka che la contiene, è un fenomeno recente, legato alla diffusione internazionale dello yoga posturale (āsana) a partire dalla seconda metà del Novecento: la frase viene comunemente cantata in apertura o chiusura delle lezioni di yoga in tutto il mondo, spesso musicata in forma di kirtan (canto devozionale corale), e apprezzata anche in contesti non specificamente religiosi per il suo messaggio universale di benessere condiviso.

Questo processo di isolamento di una singola frase da un testo liturgico più ampio, e la sua trasformazione in mantra autonomo di larghissima diffusione, ricorre in più di un caso in questa collana di studi (si pensi a «Om Namaḥ Śivāya», isolato dalla litania dello Śrī Rudram): è un fenomeno tipico della trasmissione devozionale contemporanea, che tende a estrarre le formulazioni più universali e memorabili da contesti rituali più articolati.

VII. Fonti attestate e interpretazione devozionale moderna

Ciò che è attestato nella tradizione:

Ciò che non è attestato in un singolo testo canonico:

La conclusione filologicamente onesta è che si tratti di un verso devozionale anonimo, di trasmissione tradizionale ma non databile con precisione, la cui frase finale ha conosciuto nell'epoca contemporanea una diffusione e una notorietà autonome ben superiori a quelle del verso intero da cui proviene.

VIII. Lettura simbolica e meditativa

Al di là della sua storia testuale, il gesto compiuto da questa frase è chiaro e potente: allarga il cerchio della propria pratica, del proprio raccoglimento o della propria preghiera dal sé individuale a «tutti i mondi». Non si chiede nulla per sé: si dedica il bene augurato a una totalità che eccede qualunque confine personale, familiare o nazionale.

L'imperativo bhavantu — «possano essere», ma anche, più fermamente, «che sia così» — trasforma l'auspicio in una sorta di impegno attivo più che in un desiderio passivo: chi lo recita non si limita a sperare che il mondo sia felice, ma orienta la propria intenzione, e per estensione le proprie azioni quotidiane, verso quel fine condiviso.

IX. Nota filologica finale e bibliografia essenziale

Lo studio ha proceduto dalla trascrizione fonetica alla ricostruzione filologica, individuando il verso completo del Lokakṣema da cui la frase oggi celebre è tratta, distinguendo la formula di pace tripla — genuinamente antica — dal verso maṅgala nel suo complesso — di origine e datazione sconosciute — e infine segnalando il fenomeno recente del suo isolamento come mantra autonomo nello yoga globale.

Riferimenti essenziali:

Nota conclusiva: questo documento è uno strumento di studio e orientamento filologico-simbolico, non un parere di autorità religiosa. Per l'uso rituale del mantra si raccomanda il confronto con un maestro (guru) o un officiante qualificato della propria tradizione.

"Pronunciando, intonando e cantando una parola sacra (mantra) in modo cosciente e devozionale, all'interno del nostro essere si risveglia una vibrazione divina."

Lahiri Mahasaya

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